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Recensione di Giovanni Cappuzzo |
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Non c'è nulla di superfluo nel discorso figurativo di Andrea Arcuri, narratore, come è stato sottolineato da quanti si sono interessati della sua arte, di un universo poetico ed esistenziale al tempo stesso, da cui traspare una nota di saggezza nostalgica ed amara, strettamente legata all'atmosfera della sua terra. E' come se l'interesse predominante della sua elaborazione pittorica fosse questa sorta di lettura del territorio dove l'artista è nato, per cui le immagini nella varietà delle loro espressioni si fannotrascrizione fedele di un'atmosfera che gli appartiene.Quindi nel mondo di Arcuri la memoria finisce con l'occupare un suo spazio specifico, in una sorta di rapporto tra passato e presente, intesi quali termini di una relazione profonda ed autentica, avvertita quale input ideativo e ragione necessitante del suo far pittura. Sappiamo che al di fuori delle correnti estetiche sperimentali dell'arte d'oggi, il panorama stesso della pittura è quanto mai ampio e mosso nella molteplicità delle sfumature e nella varietà delle tendenze che traggono senza dubbio ispirazione dalla vita dell'uomo.Ma Arcuri non ha avuto bisogno di suggerimenti esterni, di echi e di rimandi o suoni provenienti dall'area stessa del nostro tempo per fermare e registrare la sua "voce". Egli ha cercato solo dentro di sé e così ha scoperto una sorgente di immagini in cui ha trovato la grazia e la luce che egli ha tramutato in ispirazione.E si tratta di un sentimento sereno e spontaneo che sulle ali della memoria e con la forza di una perspicace osservazione si è rivolto ad esprimere con venature liriche la sua terra in una sorta di esplorazione delle radici etniche. Sfilano davanti ai nostri occhi immagini di stradine, di vicoli inondati dalla luce o fantastiche periferie di paesini campestri o scorci panoramici con le case che si arrampicano lungo le balze della collina, o visioni di bimbi intenti a giocare come si usava una volta o scalinate deserte di borghi rurali: una sorta di aria e malia del passato.Andrea Arcuri è un pittore che silenzioso penetra in cuore come un personaggio che vuole dischiudere preclusi luoghi di serenità, un pittore capace di dissipare l'offuscamento quotidiano dell'occhio e di svelare il mondo di una realtà che abbiamo dimenticato, presi come siamo dalla smania del modernismo meccanicistico. Egli guarda con candore e con amore la realtà, tentando di valicare il limite stesso di ciò che vede, quasi come a volere narrare un suo racconto fatto di immagini serene che sembrano appartenere al passato. Allora la sua può essere una "recherche du temps perdu" come se la sua esplorazione dovesse gravitare nella direzione di quel consistere delle cose nell'occhio evocativo della memoria.Tecnicamente la struttura del segno calibrato e la ricerca di equilibri interni sono elementi in funzione prevalente di un processo che nel rispetto di una intelligenza impaginativa moderna si accoppia alla ricca gamma cromatica.La narrazione pittorica si svolge allora come una trama disegnativa di rigorosa semplicità che viene ad articolarsi con equilibrati piani e volumi, spesso in un elementare spazio architettonico. Tutto ciò viene a determinare atmosfere e visioni di grazia e di schiettezza espressiva.
Giovanni Cappuzzo
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