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  • La Pittura di Andrea Arcuri
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?Oh pueblo perdido en la Andalusia del llanto? (Federico Garcia Lorca).
A ridosso di un suggestivo Calvario, panoramico quanto e come un teatro greco, si trova Cianciana. "Paese smarrito nella Sicilia dello zolfo!" se ne potrebbe dire parafrasando Lorca, ma non tanto smarrito se Vito Amico nel suo Lessico Topografico Siculo lo colloca "tra i primi per la sua fecondità", e Gioacchino Di Marzo aggiornando l'opera dell’Amico, nel 1856, vi segnala uomini d'ingegno e d'eloquenza. Altri aggiornamenti risulterebbero opportuni e proficui. Eppure, smarrito, in quello che Goethe definiva "un deserto di fecondità".
Ora, in occasione del 350' anno dalla fondazione -la Licentia populandi veniva concessa l'11 ottobre 1646- il paese di Alessio Di Giovanni vuol vivere, per ritrovarsi, un intenso momento di risvegliato orgoglio creativo. Ché questo parrebbe il ritmo "fisiologico" dei nostri paesi: a brevi risvegli seguono lunghi abbandoni. Con un florilegio di esibite virtù, passate e recenti, Cianciana intende suggellare l'evento.
Alle celebrazioni della memoria collettiva fa da contrappunto la mostra di Andrea M. Arcuri che di quella memoria vuol essere trasfigurazione e specchio. Infatti, i soggetti del giovane pittore ciancianese sono ricordo personale dei ricordi di tutti spennellati con sobrio disincanto. L'aver attinto allo stesso immaginario, avere le radici affondate nell'identico humus storico e culturale, fa ripercorrere in pittura un cammino che il Cantore del feudo e della zolfara aveva maturato con la sua poetica. Similmente, fintantoché l'artista si muove con misura e disciplina e non sconfina in didascalismi populistici o in sentimentalismi di perduta naiveté riesce a obbiettivare quei ricordi in schegge di poesia. Non cercate pertanto, delineati contorni ed ebbrezze iperrealistiche nei campanili, negli scanzonati chierichetti, nelle brocche, nelle donne di Arcuri: si accenna piuttosto a lapidarie movenze di personaggi che, evocati, agiscono e fanno rivivere con tenerezza, senza rancori o rimpianto, silhouettes di memorie lontane.
Un particolare indugio meriterebbero i paesaggi ammirati con la freschezza mentale e coloristica degli impressionisti provenzali: le case in gesso , impregnate d'alba e trascoloranti di tramonto così piccole, selli brano ubbidire ad amorose logiche d'alveare,e sono in sintonia con altrettanti piccoli alberi puntinati di bianco,poggiati su un verde inventato e denso. Qui però si preferisce soffermare la riflessione sulla speciale natura della lontananza. Forse è la necessità stessa dell'arte, che è sempre, secondo Luigi Russo, "visione a distanza memoria distaccata dalle cose: all'apparente dimenticanza segue un risveglio acuto dei ricordi dell'adolescenza, una trasfigurazione fantastica di quei ricordi, l'autobiografia che si spoglia delle sue note egocentriche e diventa obbiettiva poesia".
Il merito di Arcuri -e il rischio- è quello di rappresentare l'infanzia di un paese che nel frattempo si è trasformato nel concreto vivere e in parte nel sentire. Egli propone recuperi con quieta nostalgia riscattando ad esempio uno stravolto chiostro di convento secentesco con stilizzate rievocazioni che preludono a future azioni riparatorie.
A fronte di tanta solerzia rappresentativa incombono tutt'attorno trasandate e poco artistiche dimenticanze:antichi siti che vanno in malora mentre storici edifici vengono posti in vendita.
A maggior ragione,la suddetta operazione di recupero storico- artistico è positiva anche per constatazioni oggettive:Cianciana è priva di una monografia locale. In mancanza di regesti e resoconti, il pittore offre visioni .
Per il resto,1 'artista si riscopre e si conferma sempre dopo, successivamente cioè alle opere che produce e alle piccole catastrofi percettive che ingenera, se le ingenera; se fa accendere di luce nuova la realtà resa opaca dall'abitudine;se effettivamente fa accedere altri ad una nuova rivelazione delle cose partecipando la propria;se riesce a realizzare il desiderio di José Arcadio Buendìa: condurci "sull'altra riva del fiume", perché lì "c'è ogni sorta di apparecchiatura magica".
Gli intenditori d'arte,i Ciancianesi nella fattispecie,  lambiti a valle dal caro Platani,sapranno ben intendere la metafora nella sua ulteriore valenza estetica.

Palermo, luglio 1996 - Piero Carbone
 
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