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Fondamentale nella produzione pittorica di Andrea M. Arcuri è il suo incontro con Pino Petruzzella prima e Gianbecchina poi. I due grandi maestri siciliani ne favoriscono l'evoluzione per cui il centro della sua attenzione si sposta, in modo lento ma sicuro e consapevole, dalla dilettissima Venezia, in se opera d'arte, al focolare paesano, riscoperto con partecipazione emotiva nelle sue pieghe e sfaccettature, nelle sue pietre, intrise di sudore e fatica e rievocanti la genuinità e la generosità di tempi e forme di vita ormai trascorse, massificate da un processo tecnologico nel quale è difficile identificarsi completamente. Il sapiente uso di colori, il destreggiarsi abile nelle tecniche (passa con estrema disinvoltura dall'olio all'acquerello, alla china), la padronanza e insieme la leggerezza del tocco diventano allora strumenti di denuncia contro l'incuria degli uomini e l'offesa del tempo e fissano in immagini, per se e per le generazioni che verranno, il ricordo di uomini e cose che sono alla base della nostra civiltà contadina e mineraria. La desolazione di quei vicoli pieni di luce, il mutismo di quei portoni, la dolcezza senza tempo dei giochi di una volta, rappresentano l'ancora delle nostre radici etniche, che le nuove generazioni devono assolutamente conoscere per non arrivare "smemorati" all'appuntamento europeo del '93. Pittura dunque come poesia, canto, come opera di traduzione culturale che riempie le nostre ore, conferisce un sapore particolare alla nostra esistenza e ci proietta consapevolmente verso l'avvenire.
Eugenio Giannone
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