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Arte di vasto respiro, quella di Andrea Arcuri, dal modello quasi inedito, compendiandosi in essa un modo di rappresentare con espressioni nuove la polivalenza della forma e pure il suo dominio sui valori temporali, quasi intorno ad essa incombesse l'obbligo di tenersi al passo con la massima di Eraclito, "Panta rei", tutto scorre, tra l'oggettualità statica della immagine e il suo ritmo (vedi "Natura morta con violini"), ogni volta trattata con le due simbologie, strumento musicale assieme ad altro oggetto, rispettivamente come modello melodico e allegoria spaziale, e tutto ciò ancora in veste di partecipazione emozionale alla figura, ogni volta costruita in modo estetico e simbolico dallo stesso Arcuri, essendo egli ad un tempo, musicista e pittore (vedi, a tal proposito, "Violino, libro e rosa"). Staticità e ritmo dicevo, nel condensarsi delle forme, che si presentano come espansione del vero. Per quanto, tutto ciò che nel mondo del reale è legato all'apparenza, in pittura diventi solo invenzione emotiva, con la complicità dell'astratto, che a mezzo di una metafisica ben pilotata ("natura morta - violini") respinge l'univocità del segno per una molteplicità di altre direzioni, disarticolandole da ciò che è percepibile (v. "Fruttiera e chitarra" di Pablo Picasso). Peraltro, chi può disporre in arte della verità, dal momento che tutto ciò che è vero sfugge ( e non soltanto in arte) e si rifugia nel bello? Sia esso formale o informale, ammesso che a quest'ultima categoria si possa legare la complementarità di tale attributo, anche se per toglierei d'impaccio potremmo ancora aggiungere che bello è ciò che piace, per dirla con una frase prefabbricata, senza tirare in ballo alcun altro parametro comparativo. Ma c'è pure la figura a rendere i temi della mostra ancor più fecondi; figure di donne: "Ragazza che cuce", 'Popolana alla fonte". E poi, volti di bambini. "Bambini chierichetti", "Ragazzi e porta gotica", "Ragazzi e fichidindia", "Ragazzi campanari", "Chierichetti con turibolo e candela", "Angeli musicanti": allusioni codeste riferite alle "Polifonie Cantores Dei", vocali e strumentali, dirette da Andrea Arcuri in moltissimi Comuni della Sicilia e pure in Francia, a Rive de Gier, in Notre Dame, per i nostri connazionali minatori e il pubblico francese, "programme de la saison culturelle 93/94", con una Vernissage intitulè "Je me souviens" dello stesso Arcuri. Un discorso a parte merita il paesaggio, questo ritratto del nostro abitare povero, ricchissimo di colori: colori traslucidi delle gemme percosse dal martello diamantifero sui cristalli dell'alabastro gessoso e dei massi di zolfo adusi al niello per le euritmie delle grandi profondità stalattitiche dei minerali, quali possono trovarsi negli anditi delle miniere di Cianciana ormai abbandonate. Quindi, creazioni maturate con sapienza, al lume dell'intuizione, come si usa per le simbologie araldiche di un mondo nobile, nelle quali trovano rifugio i rimpianti e pure le eleganze dimenticate onde farle ancora rivivere; noi, che ci proponiamo di dare una certa risposta di rinnovamento al nostro vecchio mondo, pur senza dimenticare i miti delle metamorfosi glorificate dalla civiltà ellenica, e ciò in quanto poesia eschilea, quando era di moda che il Parnaso ospitasse le muse della pittura e della musica nel tempio dell'arte, garantendo agli agonali quelle esposizioni a mezzo di accoppiamenti di armonie affini, come avviene anche oggi per Andrea Arcuri, pittore e musicista.
Bergamo, 5 marzo 1996 - Cesare Sermenghi.
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