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Andrea Arcuri recensito da Anna Cacciola |
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Una figura inizialmente schiva, silenziosa ed attento quella di Arcuri mentre osservo i suoi quadri e li sposto dalla rigida consequenzialità in cui li aveva collocati, con l'ausilio amorevole della moglie che lo segue anche in questo percorso di crescita culturale scandito dalle tappe delle esposizioni in Sicilia e fuori dall'isola natia. L'artista, da buon pittore figurativo autodidatta, affida la sua prima esperienza al disegno che rappresenta ancora oggi il supporto tangibile dei suo talento come espressione grafica dell'Idea. Poi scopre il colore che dà un senso nuovo alla sua vita e diventa fra i tanti linguaggi quello che meglio può metterlo in relazione con l'altro ed in rapporto con le cose. Inizia un percorso che lo stacca dalla prima maniera e lo rende progressivamente più sciolto, come si può constatare nelle opere di questo ultimo decennio. Il disegno lo porta nel tempo, vista la mancanza di studi specifici nel settore artistico, ad un ordine mentale e manuale che lo spinge e lo trascina verso tipologie rappresentative senza pentimenti di percorso: severe e rigorose nell'impostazione delle architetture arrampicate, squadrate e cubiche, la modeste dimore sono testimonianza storica di centri minori portavoci di una silenziosa civiltà contadina che sta scomparendo, sradicata da un finto benessere di una società massificata e priva dei valori "delle piccole cose". La struttura arrampicata delle case o dei chierichetti che cantano diretti dal maestro visto di spalle (forse qui un cenno autobiografico perché Arcuri dirige un coro polifonico) mi fa pensare ai pittori Naif anche se i suoi colori, a volte, emanano una luce che li rende particolarmente accesi nella profusione di effetti cromatici metallici, con variazione di tono decisamente perlaceo.
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